Improvvisazione Teatrale

16 novembre 2017

INTERVISTA A CLAUDIA GAFA’

“In scena non esistono errori ma solo proposte da accettare, anche se involontarie!”

In occasione del Lab. di Improvvisazione teatrale presentato il 10 ottobre presso lAssociazione Filodrammatica Rabbit Hole, Claudia Gafà ha accettato di rispondere a qualche domanda in merito a quest’arte.

Secondo il tuo parere, cosa rende difficile l’improvvisazione teatrale e cosa invece la rende assolutamente divertente?

Per il mio modo di vedere questa disciplina penso che l’improvvisazione teatrale abbia più a che fare con l’atteggiamento che con la tecnica, che sia più relativa alla persona che all’attore e forse ciò che è davvero difficile è imparare a conoscere, ascoltare, seguire gli altri, i propri partner in scena, il pubblico e se stessi.

Sotto la superficie della performance divertente, dinamica, coinvolgente, c’è infatti un grande lavoro di rimozione dell’ego e di vero, sincero e appassionato gioco di squadra senza giudizio e senza rimorsi. Penso che questa sia la vera conquista di un improvvisatore!

Conquista che diventa poi sorpresa quando si scopre cosa vuol dire davvero improvvisare, ovvero abbandonarsi senza sapere la strada, seguire senza giudizio, creare senza programmare, rischiare, fallire e ricominciare.

Il vero divertimento per me sta nello stupore!

 

Parliamo un po’ degli spettacoli di improvvisazione teatrale.. di cosa si tratta? Come si sviluppano?

C’è da dire che ogni spettacolo (o format) di improvvisazione teatrale ha i suoi meccanismi, le sue “regole”, i suoi colori e i suoi modi di presentarsi al pubblico, e posso assicurare che la quantità e la varietà di spettacoli ideati è immensa. Probabilmente anche adesso, in questo preciso istante, ne sta nascendo uno nuovo!

In linea generale, all’interno di uno spettacolo d’improvvisazione gli attori che vanno in scena non hanno un copione imparato a memoria e nemmeno un canovaccio da seguire, il più delle volte la scenografia è al minimo (giusto delle sedute e delle uscite di scena) e i costumi tendono ad essere il più neutri, semplici e comodi possibile…tutto questo perché non si saprà, fino al momento in cui lo si vivrà, cosa succederà in scena: che personaggio si andrà ad interpretare, che storia raccontare, che luogo vivere, che atmosfera attraversare, che parole pronunciare eccetera eccetera…

Inoltre il pubblico ha un ruolo fondamentale: sia perché in ogni spettacolo dal vivo lo spettatore è parte integrante e respirante dello spettacolo ma anche perché, nella stragrande maggioranza dei casi, è proprio a lui/loro che vengono chiesti spunti, suggestioni, incipit, suggerimenti (e a volte anche la partecipazione in prima persona) per creare sul momento storie, drammaturgie, giochi teatrali, ecc…

Insomma, non solo attori in scena (interpreti di personaggi, emozioni, relazioni…), ma anche autori (perché il copione viene creato mentre è pronunciato), registi (perché il “cosa fare” lo si comprende solo quando lo si fa e le azioni sceniche nascono, sono e restano quelle) e non solo spettatori (perché seduti a godersi lo spettacolo) ma anche attori-autori-registi che contribuiscono alla creazione estemporanea dello spettacolo.

Poi ci sarebbero mille altre cose da dire…ma uno spettacolo raccontato mi dà la stessa sensazione di una barzelletta spiegata!

 

Nel corso della tua carriera ricordi un episodio particolarmente divertente avvenuto nel corso di uno spettacolo o durante una lezione?

Questa è davvero la domanda più difficile, perché magari ne succedono di tutti i colori…ma quando servono non vengono proprio in mente.

Ricordo un episodio che molto probabilmente non fa ridere, ma per me ha una bella morale…

Ero presentatrice in uno spettacolo d’improvvisazione e con me, dietro le quinte, c’erano colleghi e amici improvvisatori, tutti a respirare la stessa aria ricca di una bella tensione pre-spettacolo.

Probabilmente era una serata importante perché, per l’occasione, indossavo delle scarpe con un tacco altissimo, nere e rosse di vernice (si forse un po’ “truzze”) e gonna e calze velate nere. Ogni donna sa che calze velate e vernice non vanno d’accordo. Anche io lo dovevo sapere!

Buio in sala e sul palco, musica, sipario, la musica sale, luce sul palco: prima degli attori entra la presentatrice (così era da scaletta) che introduce la serata e scalda il pubblico.

Questa sera: circa 400 ingressi. Entro in scena piena di energia, sorridente e consapevole del mio ruolo.

Faccio due passi di mezza “corsetta” verso il proscenio per dare il benvenuto al pubblico e una scarpa di vernice con un tacco altissimo vola in aria e il mio piede velato rimane scoperto.

Si sente un “Ohhhhhhhh” seguito a ruota da una grossa e sana risata.

La scarpa cade sulle assi del palco, troppo lontana per rimediare senza che nessuno si accorga di niente, e troppo vicina per evitare l’imbarazzo.
Le mie caviglie fortunatamente reggono il dislivello improvviso.

Raccolgo la scarpa e penso: “se provo a rimettermela ora, 400 persone vedranno una ragazza, che prima sembrava elegante e sicura di sé, diventare goffa e imbranata su un piede solo (anzi su un tacco solo) che tenta di tenere l’equilibrio per rimettersi la scarpa perduta, magari mostrando sotto la gonna quello che non è bello mostrare in pubblico…”

E così, l’istinto di auto-conservazione della reputazione mi ha fatto fare quello che ho fatto: presentare tutta la prima parte di spettacolo con una scarpa al piede e una penzolante in mano!
Arrivato il momento di far fare l’ingresso in scena agli attori penso che di lì a breve sarei sparita dietro le quinte e tutto sarebbe finito.
In una mano il microfono, nell’altra la scarpa.
Uno alla volta gli attori entrano in scena presentati dalla sottoscritta.

Uno alla volta entrano in scena, li guardo uno per uno e un particolare non mi può sfuggire: si sono tutti tolti una scarpa e stanno entrando in scena con una scarpa al piede e una in mano.
Si sente una risata dalla platea e poi un grande applauso.
Io rido e mi ritiro dietro le quinte. Lo spettacolo inizia. O forse era già iniziato.
Morale della storia: in scena non esistono errori, ma solo proposte da accettare (anche se involontarie).

 

Lavori anche all’estero grazie all’improvvisazione teatrale? In caso affermativo la lingua risulta un problema per gli spettacoli o lavorate in un altro modo rispetto all’Italia?

Mi capita di lavorare anche all’estero con l’improvvisazione, o di lavorare in Italia con attori e docenti da tutto il mondo. La lingua potrebbe sembrare un limite, un ostacolo, una paura…invece fortunatamente ci sono un sacco di modi alternativi di comunicare e capirsi e poter comunque “giocare” assieme.

Abbiamo un corpo che parla, una voce che parla, lo sguardo che parla e nuove lingue da inventare assieme. Oppure silenzi che dicono tantissime cose in una lingua conosciuta a tutti che è quella delle emozioni.

Se in prima linea si mette l’ascolto e la disponibilità ad ascoltare, l’intralcio della lingua può diventare solo un’opportunità per scoprire altri modi di comunicare.

A chi consiglieresti di partecipare al Laboratorio di Improvvisazione Teatrale? Perché?

Ora dirò una cosa ovvia: lo consiglierei a TUTTI! 

Alla mia maestra delle elementari, al mio meccanico di fiducia, alla signora che fa la spesa, a quell’avvocato che conosco, ai pompieri, carabinieri, poliziotti, alla badante di mia nonna, agli ingegneri di tutto il mondo, alle scuole elementari, medie, superiori, ai miei parenti, agli universitari, ai baristi, ai cuochi e ai camerieri, ai dottori con qualsiasi specializzazione, ai pensatori, ai timidi e agli esuberanti, alle casalinghe, al mio vicino di casa, agli attori, i ballerini e ai cantanti, a me.

E non è una rete da pesca per tirare su di tutto di più ma un consiglio sincero di una che lo ha provato in prima persona! 

L’improvvisazione può fare davvero bene a chi si mette in gioco, perché è una scoperta continua, un bel modo di stare assieme, condividere, conoscere, confrontare, capirsi, divertirsi.

A chi intraprende la carriera dell’attore (che sia amatoriale o professionale) la consiglierei sempre e comunque perché fornisce strumenti “altri” e complementari. L’attore si relaziona e quindi comunica, l’attore interpreta e quindi ascolta, l’attore racconta e quindi condivide.

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